Fnac: un futuro incerto per tutti, in attesa di risposte (Gianbruno Dubois)

È lecito domandarsi quale sia il destino culturale e civile di Milano. La città da bere si è trasformata in esclusività di alcuni settori, di certo importanti a livello economico e finanziario, come la moda, ma non sufficienti a costruire una metropoli europea in tutti i sensi. Ci si domandava qualche tempo fa quale strategia Milano avesse per la tutela di quei presidi che danno risposte alle esigenze che provengono dal pubblico. La domanda rimane ancora inevasa, per la gran parte dei casi, seppure nell’ultimo anno l’amministrazione abbia garantito l’apertura di nuove reti di circolazione dei saperi. A Milano, spesso, tutto sembra statico, sussistendo una certa omologazione comportamentale dovuta a un’attenzione maggiormente rivolta al settore del fashion e del design. Uno dei tanti centri che hanno saputo unire la ricerca commerciale con la disponibilità di offrire momenti di aggregazione culturale, di confronto con autori delle avanguardie artistiche, teatrali, musicali, cinematografiche e letterarie mondiali, di dare attraverso un accurato e attento personale preparato consigli e soluzioni alle diverse istanze di una vasta clientela, diffondendo canali culturali di qualità e di grande rilevanza, rischia la chiusura. Il 13 gennaio la sede centrale di FNAC Italia aveva ufficialmente diramato l’intenzione di rivedere le strategie di investimento del gruppo francese nel nostro Paese, dove si contano 8 negozi, un sito e-commerce, e 600 dipendenti dall’età media compresa tra i 30 e i 35 anni. Le parole erano chiare, ma ancora oggi non altrettanto sono le intenzioni della proprietà, le cui scelte dovranno essere fatte entro il prossimo 31 dicembre: “in Italia – scrive il comunicato – dove non sussistono più le condizioni per un’attività in proprio, la Fnac vaglierà tutte le possibili opzioni e prenderà una decisione entro l’anno”. Lo scorso 6 settembre all’apertura della “Vogue fashion’s night out” con la sfilata firmata Gucci, uno dei marchi che fanno riferimento a quel grande impero multinazionale, PPR, guidato da François-Henri Pinault, proprietario del 100% delle quote FNAC, i dipendenti di Fnac Milano hanno sfilato dietro lo striscione con la scritta:“Salviamo Fnac. Il lavoro per noi è un lusso”. La proprietà della multinazionale prosegue nell’intenzione di investire nel nostro Paese tutte le entrate e le risorse aziendali nella catena del fashion style, senza minimamente esprimere la volontà di sostenere il circuito culturale che rappresenta Fnac. Il lavoro per questi lavoratori è un lusso, dato che la precarietà porta a un’incertezza sul loro futuro lavorativo ed economico, mentre per noi a esserlo è la cultura, in quanto saranno sempre meno i negozi e gli store che riusciranno a venderti prodotti di qualità con prezzi accessibili e competitivi. In diverse community, nate in solidarietà con i lavoratori, ci si chiede quale sarà il comportamento dell’azienda, nel cui codice etico si asserisce di intendere di “comportarsi come impresa socialmente responsabile” ovunque si trovi a operare e di “partecipare allo sviluppo economico e sociale” dei paesi in cui si trovano le proprie iniziative commerciali. Queste teorie rimangono astratte, prive di un risvolto pratico viste le incertezze sul futuro lavorativo di 600 dipendenti che non sanno ancora cosa ne sarà di loro dal 31 dicembre in poi e dell’importante “baluardo della cultura”. Qualcuno chiedeva che le istituzioni si facessero carico di “una battaglia importante per tutta la città e per la cultura”, essendo la questione non riducibile a mera trattativa sindacale e commerciale. Il Comune di Milano sembra aver preso al balzo l’invito, proponendo un tavolo di intermediazione con l’azienda sulla preoccupante situazione della FNAC. Da quanto ci riportano alcuni dipendenti non si comprende bene chi sarà a rappresentare il gruppo e, soprattutto, si vedrà avviare in un secondo tempo il confronto tra loro e le parti sociali e istituzionali, temendo che tutto questo sia un’operazione di strumentalizzazione da parte dei vertici aziendali: un “atto di pura comunicazione, una passerella senza contenuti”. Da qualche mese a questa parte la strategia comunicativa della multinazionale viene affidata a un gruppo abile nel ricreare un’immagine affidabile della proprietà di fronte al mondo istituzionale e politico, costruendo una politica di strategie e di alleanze nuove e profittevoli: Burson-Marsteller. Molti lavoratori, infatti, dalle pagine dei social network, dove aumentano le adesioni di cittadini comuni preoccupati della chiusura di uno spazio di contaminazione culturale e di circolazione dei saperi, in una mobilitazione di natura trasversale perchè universalmente riconosciuti come servizi fondamentali, si chiedono cosa la proprietà avrà da comunicare agli amministratori, anche a Torino è stato indetto un tavolo, dal momento in cui il silenzio sulle sorti di Fnac Italia e dei 600 dipendenti rimane imperturbabile da qualche mese a questa parte, nonostante l’avvicinarsi della fatidica data. “Nessun dorma” e “abbiamo iniziato a far rumore” sono le frasi che ricorrono nelle comunicazioni dei dipendenti Fnac sulla pagina facebook “Salviamo Fnac”, http://www.facebook.com/salviamofnac, continuando a “reclamare ciò che ci si spetta”: risposte chiare. Le parole con cui Giacomo Leopardi dipingeva Milano, in una delle sue lettere inviate all’abate Angelo Mai, come città di apertura e di liberalità nell’ambito della stampa, delle pubblicazioni editoriali e culturali, sembrano venire meno difronte a un rischio che averebbe ricadute sociali, economiche ma, soprattutto, civiche sul capoluogo lombardo, sempre più “teatro postmoderno” di solitudini esistenziali e di vite vissute in modo individualistico e atomizzato. Attendiamo anche noi risposte adeguate su un nostro diritto che non vuole essere trattato come un lusso, così come spesso avviene in altri settori commerciali: la cultura e il lavoro sono due valori che non possono essere appannaggio di pochi.

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