Io so chi c’è dietro quella finestra ( Fedora Ramondino)

Pubblichiamo volentieri il breve racconto della nostra collaboratrice Fedora Ramondino, racconto che ha recentemente ottenuto il secondo premio al concorso letterario indetto dalla testata locale Milanosud.

Buona lettura.

Tutte le mattine erano uguali a quelle precedenti, ed erano uguali a quelle che seguivano. Tutte le mattine la sveglia era sul solito tavolino per ricordarti che di lì a poco i tuoi viaggi sarebbero stati perfettamente uguali a quelli precedenti e perfettamente uguali a quelli che sarebbero seguiti. “Dunque…la borsa è a posto…, le chiavi? Ah sì eccole! Tutto a posto? Oddio, ti ho messo la merendina nello zaino? Ah ecco, meno male. Bene dai, si va. Chiama l’ascensore, intanto do l’ultima occhiata in cucina! Le chiavi? Che scema ce le ho in mano…andiamo va !” Un rito. Una corsa urbana che non cambiava nemmeno l’andatura e le velocità del passo. Uguale. Sì, un po’ sbadata lo sono sempre stata per carità, ma quando alcune colleghe mi parlavano di posti, luoghi, perché no negozi, addirittura persone che avrei dovuto o potuto incontrare lungo il mio percorso ed io le guardavo smarrita, capii che mi stavo “mangiando” la vita nel nulla… E cosa faccio adesso? Io non posso permettermi di fare viaggi, visitare luoghi, anche i musei costano! Le mostre costano! “Hai visto quella? Sei andata a quell’altra? Non vai a vedere…?” No, no, no! Vado al solito posto al mare, che è bellissimo per fortuna, ma non va via…è lì. Ci vado sempre nello stesso periodo (costa forse un pochino meno) , così incontri anche le stesse persone. Garanzia. In un momento troppo precario e turbolento della vita del paese, ci vogliono certezze e garanzie. Ed io le ho! Il viaggio d’andata e quello del ritorno per il lavoro erano ovviamente identici a quelli di sempre. Così un giorno cominciai a scendere a una fermata prima della solita e mentre salivo le scale della metropolitana, vidi innanzi tutto due cose: la luce e la mia città! Certo che la luce ci sarebbe stata anche alla fermata successiva, la solita per intenderci…ma non avevo mica tempo di star lì a guardare! Nonostante fossi sempre sempre in anticipo, nonostante proprio per questo avrei potuto leggere due righe di giornale al bar mentre bevevo il caffè, nonostante proprio per questo avrei potuto scambiare due parole col barista, con la cassiera, niente! correvo e m’infilavo in ufficio. Testa bassa, luce al neon, computer davanti e il rientro a casa, uguale a tutti i rientri. Una fermata in meno non mi era bastata. Non immaginavo la mia città così bella, e così piena di viuzze mai viste in vita mia, di palazzi di ogni stile, di cortili meravigliosi nascosti dietro a dei portoni davanti ai quali ero passata, di corsa, per anni. Ci voleva una bicicletta! Ce l’avevo, ma in realtà la usavo qualche volta il sabato mattina per correre, ovvio, al mercato. Tra l’altro facendo solo un paio di strade che conoscevo a memoria. Le avrei fatte davvero anche a occhi chiusi, conoscevo persino le buche o i tombini. Cominciai quindi ad andare al lavoro in bici, non senza qualche titubanza. Ti stendono in due minuti se non sei più che attenta e sgamata! Ne approfittai con la chiusura delle scuole, avrei avuto più tempo per recarmi al lavoro. Era incredibile come questo primo viaggio si stava trasformando in un percorso esplorativo della mia città. Pedalavo con relativa calma, (e beh sì non si può passare dalle corse sfrenate alla flemma totale, dai!…); l’aria sulla faccia, la testa che ruotava da una parte e dall’altra, gli occhi che passavano dallo specchietto della bici ai balconi e alle finestre dei palazzi, per ritornare sul selciato e poi di nuovo così. “Ma ‘sto palazzo c’è sempre stato? Insomma vecchiotto è vecchiotto, perciò lui c’era…non c’ero io, con la testa però…ma che bello che è ! ”. Avevo preso l’abitudine giorno dopo giorno di cambiare percorsi sia per recarmi al lavoro sia per rientrare a casa, scegliendo soprattutto le vie interne, era una scoperta dietro l’altra ma la cosa che mi piaceva di più era guardare le finestre. Facevo una specie di gioco, da sola, indovinare chi poteva abitare dietro ad una data finestra: a seconda se c’erano le tende o meno, i fiori oppure no, bandiere, messaggi, corde che penzolavano tristi e sporche… cercavo di passarle in rassegna il più possibile: stìpiti grigi, spenti, niente tendine, nemmeno un vaso…mmmhhh, allora potrebbe essere un uomo vecchio, solo, che aspetta che finisca tutto, oppure degli immigrati che non hanno né i soldi, né il tempo, né la voglia di addobbare una finestra. Finestra di casa d’epoca con stipiti bianchi e curati, fiori e vasi in ordine, tendine di pizzo bianco…..allora…potrebbe essere una coppia anziana, arrivata in quel palazzo da giovane, forse l’appartamento ora è troppo grande per loro, i figli sono sistemati e potrebbero essere persone metodiche, abitudinarie, tranquille tra i loro fiori e i loro pizzi. Finestra con mega bandierone di squadra calcistica….beh, qui c’è da sbizzarrirsi! Anni fa potevi andare sul sicuro e dire: uomo, tifoso sfegatato. Punto. Adesso…potrebbe abitarci un ragazzo là dietro a quella finestra, come una ragazza, così come un adulto che non si è lasciato scoraggiare dallo schifo che c’è dietro al pallone. Ero lanciatissima, gira di qua gira di là, e pedalavo pedalavo. Avevo deciso che un viaggio così meritava una piccola sosta prima di arrivare in ufficio. Un bel pezzo di focaccia appena sfornata. Avrei solo dovuto seguire come un segugio il profumo di un forno che prima o poi avrei incontrato sul mio percorso. Una mattina decisi di prendere una strada che non avevo mai fatto, per un semplice motivo: c’era il cartello che segnalava Strada Senza Uscita. Ed io senza uscita dove vado? Io ho bisogno di uscire, in tutti i sensi! Bene, si va! Al termine di questa stradina c’era in fondo una strada, perpendicolare, che è stata la sorpresa delle sorprese! Soprattutto quando ho letto la targa della via: ma io questa strada la conosco! ero venuta a mangiare qui per ben due volte, anni fa, una volta ad una noiosissima cena con i colleghi di allora e una volta con una compagnia teatrale (molto più divertente!). Ma non mi quadrava qualcosa però! Mi guardavo attorno pedalando a 5 km orari e mi piaceva tutto, ma proprio tutto di quello che vedevo, anche i marciapiedi non troppo curati, sì insomma, un po’ sporchini per essere in una zona a pochi passi dalla piazza principale della città…I palazzi, erano d’epoca certo, ma si capiva subito la distinzione, la differenza tra l’uno e l’altro, qualcuno ancora abbastanza popolare, qualcun’altro più signorile. Eppure l’uno attaccato all’altro. E poi così tante finestre e balconi che avrei dovuto star lì ferma almeno una settima per studiarle tutte! Botteghe, trattorie, vari negozietti, pedalo ancora, arrivo quasi in fondo ed un profumo da pifferaio magico mi attira: pane! pizza! focaccia! Un forno, finalmente un forno. Lego la bici ad un palo e mi incammino. Dopo qualche metro riconosco la trattoria dov’ero stata anni fa. Ma solo in quel momento capisco cosa non mi tornava: quella strada l’avevo percorsa esattamente dalla parte opposta da dove ero arrivata, e quindi per anni ero stata convinta che la strada fosse solo quel pezzo lì, fin dopo la trattoria dove c’è un incrocio con una curva, e lì finiva: Invece no! La strada era decisamente più lunga di quanto avessi sempre creduto, e bella, proprio bella, così decisi che, finché non mi sarei stufata, avrei percorso quella strada ancora per un po’ di tempo perché avevo un sacco di finestre e balconi da guardare. E poi era la prima volta che riconoscevo in uno di questi palazzi, proprio per le caratteristiche, le descrizioni dei racconti fatti da mia nonna, mio papà, i miei zii, (mia mamma aveva vissuto troppo in collegio e percorso anni dopo solo le strade che da casa sua percorrevano le vie note del centro….) alcuni aspetti che non avevo mai visto o meglio mai notato! Prestiné: (panetteria): “Mmmmmhhh quante cose buone, imbarazzo della scelta… senta, vado sul sicuro, prendo quel trancio di Margherita” – “Gliela scaldo? E’ nuova della zona? Non mi ricordo della sua faccia” – “Nooo, sì! Nel senso che in realtà anni fa frequentavo un po’ più spesso la zona, ma devo essere sincera, non avevo mai fatto tutta questa strada interamente, pensavo finisse qui poco dopo la Trattoria che c’è più avanti, si figuri un pò! E’ bella questa strada, mi sembra così ricca di vita, di storia… Ho visto questi palazzi che hanno degli strani seminterrati, ma non sono botteghe, forse sono dei garages ora, ma sono strani, perché hanno tutte quelle finestre a livello marciapiede?” “Cara, te set giùna! Quelli erano lavatoi pubblici! Non c’erano i bagni nelle case dei lavoratori, così in certi palazzi del comune mettevano, sotto, le docce pubbliche..” – “Ahhh sì ho capito! C’erano anche dove ho abitato anch’io fino a poco tempo fa! Era la casa di mia nonna. Lì c’è stata mia nonna, c’è nata mia mamma, e poi ci sono andata io.. Tre generazioni. Io vedevo dal balcone le docce pubbliche…poi sono state occupate da famiglie disgraziate, emigrate, senza niente al mondo… Le docce in casa le abbiam messe, a nostre spese però…”. Tornando su quella strada avevo notato, quasi di fronte la panetteria, una finestra sempre chiusa ma con le persiane sempre spalancate. Un vasetto dove tempo fa ci sarà stata una pianta, magari fiorita. Ora c’erano solo dei rametti secchi secchi con persino le ragnatele. Ormai oltre a “viaggiare” da una finestra all’altra, mi ero fissata su quella. Trovarla magari aperta una volta…Niente. Sbarrata. Pensai quindi che fosse di una casa disabitata. Che nessuno affittava, che nessuno vendeva, o che nessuno voleva… “Buongiorno! Margherita; quel pezzo là, per favore, un pochino più piccolo. Ma senta, curiosità: quella finestra lì al primo piano, la vede? Ogni volta che passo, ormai da tempo, è sempre chiusa, però le persiane sono aperte. Non c’è più nessuno in quella casa?” – “Ahhh, ahhh, perché? La vuole comprare?” “No, no, non potrei nemmeno, no è proprio curiosità”. La signora del pane e della pizza, si fece seria mentre mi dava il resto. “Io so chi c’è dietro quella finestra”. “Ah! quindi ci abita qualcuno?! Ma perché è sempre chiusa?”. “Perché ha chiuso con la vita, tanti anni fa…è una signora ormai molto anziana, le porto su da mangiare e da bere, busso due volte, lascio il sacchetto sullo zerbino lei capisce e sento i suoi passi lenti che si avvicinano alla porta. Quando è sicura che me ne sono andata, apre la porta e prende il sacchetto. Ogni tanto scosta leggermente la tendina mi fa un mezzo sorriso e basta. Mi lascia anche sullo zerbino dei soldi di tanto in tanto. Anni fa aveva una figlia, amatissima e bellissima. Si ammalò improvvisamente e nel giro di poco tempo morì. Non parlò più, nemmeno col marito. Ora sono anni che è morto anche lui…C’è un nipote che le porta la pensione, ma anche lui la deve lasciare sullo zerbino. Bussa due volte e se ne va. Ogni tanto passa qui da me per chiedermi quanto mi deve e se riesco a vedere la zia. Ma io non voglio niente. Va bene così. Un giorno mi ha detto che sua cugina, prima di ammalarsi, aveva viaggiato tantissimo e fotografato tutti gli angoli dei posti dove era stata. Io le viste queste foto, qualche giorno dopo il funerale andai su in casa. C’era il marito, lei era al cimitero. La sala era tappezzata di queste foto! Sui muri, sui mobili, sulle porte! Ovunque! Foto con paesaggi stupendi, mari immensi, fiumi, vallate, gente di tutte le razze, bambini sorridenti, fiori, animali… quel pover’uomo mi disse che la moglie si era circondata di quelle foto per poter rivivere quei viaggi solo raccontati e mai fatti, per poter stare con “lei” percorrendo a piedi nudi quei prati, quelle spiagge… Poi non è più uscita, nemmeno per andare al cimitero, nemmeno quando è mancato il marito. Avevo incontrato il nipote in quel periodo, avevo chiesto notizie e lui mi disse “sta viaggiando”. Presi il resto rimasto sul bancone. Dissi un “Buongiorno” sussurrato. Nel prendere la bicicletta alzai la testa un’ultima volta, verso la finestra. Ora anch’io sapevo chi c’era dietro quella finestra. Una donna che viaggiava con la mente… aspettando il suo ultimo viaggio.

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