La voce dei muri (Ettore Scarabelli)

La prima sensazione che il viaggiatore continentale prova appena arriva da queste parti è che la gente sarda, forse maggiormente di altre popolazioni insulari, non solo sia molto consapevole della propria alterità ma, giustamente ne fa motivo di orgoglio. Le evidenti peculiarità che immediatamente si fiutano nell’aria si possono spiegare facendo ricorso a tanti fattori di ordine sociale, geografico ed economico, al fine da decifrare quel percorso storico in buona parte del tutto autonomo rispetto alle tante altre aree mediterranee.
Di recente alcune ricerche scientifiche condotte sul lungo periodo hanno addirittura sentenziato che persino dal punto di vista biologico i sardi presentino un quadro genetico peculiare e pressoché intatto nel corso dei secoli (soprattutto nella provincia dell’Ogliastra) rispetto alle altre popolazioni europee.
Ma se si vuole scovare il vero sapore dell’alterità sarda occorre recarsi in terra di Barbagia, “la regione dentro la regione”, la più estesa ma anche la più interna, una di quelle che non toccano il mare anche se fanno parte di un isola perché ne sono il centro, se non il fulcro.
E va da sé che una tra le esperienze più suggestive che si possono fare in Barbagia è proprio quella di passeggiare fra le centinaia di murales di Orgosolo, perché per quanto siano ormai famosi in tutto il mondo ciò che ti trovi davanti è davvero qualcosa di inatteso: non solo richiami alle vicende ed alle rivendicazioni locali vissute come frammenti della propria storia identitaria ma soprattutto è tutta la Storia intera che sembra passare da qui, soprattutto quella dimenticata o cancellata altrove.
Quassù le mitraglie puntate su Gaza conducono alle citazioni di Gramsci, le vergogne di tangentopoli fanno il paio con l’attentato alle Torri Gemelle, il sacrificio degli indiani d’America si accompagna al colpo di Stato subito da Allende e così via, in una continuità che trascende il puro impegno civile per diventare una raccolta museale a cielo aperto, intrecciata tra dadaismo e cubismo.
Il muralismo sardo non nasce qui, ma certamente ad Orgosolo trova la sua massima espressione, al punto da chiedersi come mai qui e proprio qui, i muri parlino.
Nell’estate del 1969 un piccolo collettivo politico arrivato dal continente, un gruppo anarchico il cui leader si chiamava Giancarlo Celli, provocatoriamente realizzò un dipinto sul muro della via centrale del paese che rappresentava una cartina d’Italia con un grosso punto di domanda al posto della Sardegna, il tutto affiancato da figure allegoriche rappresentanti l’interferenza americana sugli affari italiani ed il peso storico della Chiesa Vaticana.
Come si usava fare spesso in quegli anni di lotta sociale, questa modalità di azione politica era chiaramente in sintonia con la pratica dell’happening, utilizzando efficacemente un’arte figurativa per veicolare un messaggio di denuncia e dando luogo ad un nuovo linguaggio politico che arrivò dritto alla mente ed al cuore degli orgolesi.
Un significativo momento di crescita della dimensione collettiva nei confronti del fenomeno muralistico avvenne nel 1975, qualche anno dopo, quando su iniziativa di un insegnante del luogo di nome Francesco Del Casino, si celebrò il Trentennale della Liberazione d’Italia coinvolgendo artisti locali ed alunni della scuola media, con l’intento di abbellire il paese con soggetti di impegno civile.
Quel che ne è seguito è stato possibile solo grazie alla particolare situazione sociopolitica di Orgosolo, alla complicità attiva di una comunità che ha permesso che le proprie strade diventassero luoghi di espressione, ospitando artisti da ogni paese che hanno dato voce a quei muri, una voce che non si sente, come quella degli oppressi ed i dimenticati, ma si può vedere.
Oggi il museo a cielo aperto è lì che vive ben al di là del suo puro valore artistico: sebbene i suoi contenuti siano esplicitamente schierati non c’è presenza di un solo sfregio, una sola offesa o condanna, neppure dopo decenni, a testimonianza che l’esistenza di ogni murale è un fatto comunitario, che riconosce nel silenzio tutta l’umanità della sua gente.Immagine

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