Millenium: le pellicole… (Ettore Scarabelli)

Il caso è davvero singolare, degno di una serie noir come quella da cui, piuttosto banalmente, risulta tratto: due film con lo stesso identico soggetto escono a due anni e mezzo di distanza l’uno dall’altro, ma il secondo non è affatto il remake del primo (che già sarebbe di per sé anomalo in un tempo così ristretto) ma semplicemente ne risulta il rifacimento, una copia rimaneggiata con molta prudenza ma niente di più, e la domanda dunque sorge spontanea…
Che senso ha?
Ci sarebbero delle risposte, piuttosto essenziali ad esser schietti, ma proviamo a vedere il classico bicchiere “mezzo-pieno” anziché il contrario e cogliamo l’occasione per accostare le due pellicole e scovare le diversità, come si faceva una volta con quel giochetto enigmistico dei disegni solo apparentemente uguali, giacché più li guardavi e più scovavi differenze.
Stiamo parlando di “Millenium – Uomini che odiano le donne”, discendente cinematografico dell’omonimo thriller del romanziere di successo Stieg Larsson, uscito nei cinema una prima volta nel 2009 con una produzione svedese per la regia della danese Niels Arden Oplev e successivamente riproposto nel 2012 da una concorrente americana per mano di David Fincher.
Per chi non ha letto il libro va annunciato immediatamente che buona parte dei dialoghi sono praticamente carpiti tali e quali dalla penna di Larsson, la trama è un’autostrada dritta dritta che ciascun regista si guarda bene dall’abbandonare e dunque il loro contributo interpretativo sta tutto nell’uso della macchina da presa (…e meno male) e delle incarnazioni romanzesche che si trovano a dirigere.
In primo piano, come da romanzo, troviamo il sagace redattore della rivista Millenium, Mikael Blomkvist, alquanto coraggioso nello sfidare i potentati economici con le sue indagini giornalistiche, ma piuttosto fiacco e confuso quando deve dipanare la matassa famigliare di una delle maggiori dinastie della storia industriale della Svezia contemporanea, assoldato dall’anziano patriarca che sentendo vicina la sua ora cerca assolutamente di risolvere l’inquietante sparizione della prediletta nipote, scomparsa adolescente da ormai qualche decennio e mai più ritrovata.
Ma se Blomkvist è il perno narrativo, il vero motore drammaturgico risulta essere Lisbeth Salander, campionario di difformità, vero capolavoro letterario che trasuda anomia ad ogni passo, hacker virtuosa nevroticamente incapace di gestire la quotidianità per sua stessa ammissione quanto argutamente esperta a violare segreti bancari e banche dati di ogni genere, semplicemente ed acutamente geniale.
Ed è qui la differenza sostanziale tra le due versioni: eccessivamente bionica quella svedese, pressoché robotica nell’anima e nella gestualità inutilmente impeccabile, mentre carnalmente introversa quella statunitense, caratterialmente implosa e goffamente romantica nella sua irriducibile attrazione per lo stesso Blomkvist.
Nulla di male, ci mancherebbe, sono scelte interpretative assolutamente legittime e coerentemente sviluppate nella suspence che si vorrebbe ricreare, ma nel primo caso la forzatura è difficile da perdonare, a mio avviso oltremodo evidente.
Resta da salvare nella trasposizione scandinava l’uso millimetrico della cinepresa, impegnata a scandagliare dettagli che scavano nella psiche dei personaggi con un coraggio per nulla scontato.
In ambedue le pellicole un effetto risulta però assolutamente ricostruito: a dispetto degli sconfinati paesaggi nordici di ampio respiro e di rara bellezza, l’ambiente umano che ne discende risulta di una claustrofobia angosciante, senza dubbio l’eredità di Larsson più magicamente riuscita.

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