Le Cose – Georges Perec (Mauro Valenti)

Ripropongo per inaugurare questa rubrica di Letteratura Contemporanea un articolo già uscito in questa rivista.

La storia si svolge a Parigi.

Una giovane coppia nella metà degli anni ’60, Jerome e Sylvie laureandi, hanno una mediocre professione (ricerche di mercato nel campo della pubblicità – sondaggisti) con sperate prospettive di carriera. Vivono in pieno boom economico, pianificano la loro vita col fine di raggiungere una non ben identificata agiatezza sociale.

Abitano  in un piccolo appartamento di trentacinque metri quadrati. Per loro, importante è vivere felici. La felicità si identifica con l’apparire: lo stile, gli amici, il modo di comportarsi, la stessa pubblicità con cui lavorano,  le mode, i linguaggi, e, in particolare,  gli oggetti: bicchieri, posate, piatti, rubinetti di ottone, spazzole dal manico di cuoio, utensili, libri, stoviglie, elettrodomestici, imitazioni di quadri, un insieme vertiginoso di cose che nella loro apatia li rappresentano. Il loro massimo desiderio è una ricchezza senza limiti. Non per ingordigia fine a se stessa, ma perché così possono meglio esprimere tutto quel modo di essere.

Un processo bulimico oggettuale, che costringe la coppia, a prendere coscienza, a rimettere (nel senso di vomitare) il loro mondo e a scappare.

Vanno in Tunisia, a  Sfax,  Sylvie insegna rispondendo ad un annuncio su un giornale. Lì la coppia cerca la quiete,  la calma, il piacere delle giornate serene. Trovano il vuoto, la piattezza mortifera, il fluire dei giorni vuoti e tediosi, l’enorme solitudine, la tristezza della miseria, segni di una Francia post colonialista.

Rientrano frettolosamente, si riconoscono vinti. Accettano il loro destino, con una rassegnazione mascherata dalla bellezza di Parigi. Per loro il destino è già tracciato in un futuro senza prospettive né aspettative né illusioni.

Si potrebbe dire, parafrasando  Feuerbach “siamo ciò che abbiamo”, anzi meglio “esistiamo in quanto abbiamo”. In questo romanzo non si trova semplicemente una denuncia al consumismo. Negli anni ’60 la trasformazione globale da una civiltà ancora, prevalentemente agricola, contadina e operaia,  appena risollevata dalla miseria del dopoguerra, si trova immersa nella iperproduzione industriale, nella logica fordista del consumo. A Parigi, forse più che in altre parti, tutto questo comporta una violenta trasformazione psico-sociale.

Qui viene raccontato quello che Marcuse definì “l’uomo a una dimensione”: un uomo che vive in una società opprimente, schiacciato nel consumo euforico e stupido.

La fine è già all’inizio. Il racconto non a caso, si concentra su una giovane coppia, poco più che ventenne, che vive nella splendida Parigi, con una professione e con un titolo di studio di tutto rispetto. Tutti elementi che fanno legittimamente sperare. E, invece, si chiude, tristemente, dove hanno iniziato, serrati nei loro spazi e nelle loro “cose” in una atmosfera  apatica senza più aspettative.

George Perec nel ’65 è al suo esordio con questo romanzo (che Einaudi ripresenta quest’anno in una nuova edizione), la sua opera più famosa , “la vita istruzioni per l’uso” dedicata alla memoria di Raymond Queneau,  lo consacrerà tra i più importanti scrittori del ‘900.

Perec è purtroppo scomparso anzi tempo nel 1982 ad appena quarantasei anni

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