“Il cacciatore di aquiloni” Di Khaled Hosseini (Mauro Valenti)

“Basato su una trama romanzesca, ricca di colpi di scena e al limite dell’inverosimile, scopertamente mirata a commuovere lo spettatore. I personaggi sono tratteggiati in modo netto e sono quasi sempre suddivisi in modo manicheo tra buoni e cattivi.” Wikipedia, alla voce melodramma.

Più o meno, potrebbe adattarsi anche al libro “Il cacciatore di aquiloni” di Khaled Hosseini.

La trama è brevemente riassumibile. Un ragazzino benestante, Amir, timido e introverso, cresce con il suo migliore amico Hassan. Quest’ultimo è figlio di Alì, servo nonché grande amico del padre (Babà). Si narra del rapporto di profondo affetto che lega Hassan ad Amir. Del sacrificio di Hassan, della codardia di Amir e della sua redenzione ormai in età adulta, ricco e famoso scrittore emigrato in America. Il tutto è ambientato in Afghanistan dalla metà degli anni ‘70 fino al 2001 dopo l’attacco alle Torri Gemelle. Gli altri personaggi:
– il padre Baba: Rude, forzuto, burbero, ma buono con gli umili, desidera un figlio più intraprendente più maschio;
– Rahim Khan: socio e grande amico di Baba, ma soprattutto saggio. Sostiene il figlioccio nei momenti di sconforto e lo spinge nella ricerca del figlio di Hassan (Soharab);
– Assef: il cattivo. Nazista da ragazzino, talebano integralista da grande. Violentatore di Hassan da piccolo, violentatore di Soharab da grande. Perverso, sadico, crudele. Ovviamente finisce male (ma non come ci si aspetterebbe);
– Soraya: Moglie dolce e comprensiva dell’Amir.

Il polpettone non poteva avere un finale che deludesse le nostre aspettative. Amir viene a sapere che Hassan e sua moglie sono tragicamente uccisi dai talebani. Scopre, inoltre, che Hassan era suo fratellastro. Il padre se la faceva, infatti, con la moglie del servo (Sanaubar) che del resto se la spassava con mezzo paese. Ed in fine, dulcis in fundo, Hassan aveva un figlio, ora in mano dei Talebani. Amir salverà il nipotino, punirà il cattivo, Assef, e riscatterà se stesso.

Come, probabilmente, avrete già capito, il libro non mi è piaciuto. Appare sin dall’inizio l’intento lacrimevole del racconto. I personaggi, come da definizione in premessa, sono marcatamente divisi tra buoni e cattivi. Le due principali figure, infatti, sono Hassan e Assef. Il primo il bene il secondo il male. Il primo senza peccato, ingenuo, innocente fino alla morte, niente invidie, niente gelosie, nessun rancore, ma solo amore e devozione. Il secondo è l’anticristo sceso in terra. Non è in verità ne nazista ne talebano è solo cattivo, e lo è giusto per il gusto di esserlo. Entrambi li conosciamo da ragazzini, e come tali, non dovrebbero essere così nettamente definibili nel carattere. E invece non solo lo sono ma non cambiano nemmeno nella loro maturità. Irriducibili e ingabbiati nelle loro stereotipate figure.

Una parola va riservata alla figura più patetica del racconto: il padre Baba. Noi italiani siamo abbondantemente vaccinati a simili personaggi. La sceneggiata napoletana è stata maestra in questo (non compiangeremo mai abbastanza la scomparsa del maestro Mario Merola), ma ci commuoviamo sempre molto davanti a simili parodie.

Al centro c’è il protagonista, il cui ego è smisuratamente vasto.
Grande scrittore le cui capacità gli sono ben chiare immediatamente. Da subito, infatti, tutto attorno a lui glielo fa capire e quando ha la possibilità di dimostrarlo (nella grande America) lo dimostrerà.
La storia in fondo è tutta qui: l’esaltazione di questo individuo che non ammette nessuna macchia nella sua vita e che percorrerà la sua personale via crucis per redimersi. I personaggi attorno a lui sono delle maschere che gli ballano attorno. I luoghi degli scenari teatrali, tutto quanto (compresa la sua redenzione) serve per esaltare la sua figura.

Che cosa abbia permesso, a questo libro, un tale successo è, a prima vista, arduo da capire. Il film prodotto è realizzato sembra aver riscosso non solo un favorevole consenso di pubblico ma anche di critica. E’ per me facile dare la risposta più ovvia. Il primo libro uscito dall’Afghanistan, filo occidentale, ha commosso gli americani e l’Occidente che sono stati riportati al loro ruolo (almeno nel libro) di salvatori del mondo. E’ dalla fine della Seconda guerra mondiale che attendevano un tale riconoscimento. Peccato che il nostro scrittore può rivendicare a mala pena la nascita in Afghanistan, essendo cresciuto e pasciuto (figlio di un ex ambasciatore) prima in Francia e poi in America con la redditizia professione di medico.
Dicono che il secondo libro di Hosseini, “Mille splendidi soli”, sia meglio … per il momento mi manca il coraggio di verificare.

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