IL VECCHIO E IL MARE DI ERNEST HEMINGWEY (Mauro Valenti)

“ Era un vecchio che pescava da solo su una barca a vela nella Corrente del Golfo ed erano ottantaquattro giorni ormai che non prendeva un pesce” così l’incipit de “il Vecchio e il Mare” breve romanzo (o lungo racconto?) di Ernest Hemingway .
La storia racconta di un uomo anziano (Santiago) che costretto dall’indigenza e da un periodo lunghissimo di mancata pesca, si avventura, da solo in mare cercando di interrompere il periodo sforunato. Il ragazzo che di solito lo aiuta (Manolin), infatti, non può più accompagnarlo. Pur volendogli bene e rimastogli vicino non può più lavorare con lui. Data la particolare condizione di Santiago, infatti, i genitori vogliono che vada ad aiutare altri pescatori che sono in grado di pagare il suo lavoro.
Dopo diversi giorni in mare, dopo grande fatica e dopo essere stato trascinato dal pesce per diverse ore lontano dalla costa, Santiago riuscirà a pescare un enorme pesce, un Marlin – una specie di pesce spada. In questo tempo Santiago farà i conti con se stesso, con la sua vita, e con tutto ciò che lo circonda. Ma il ritorno sarà amaro il Marlin sarà divorato dai pescecani che infestano il mare.
Il vecchio combatte fino all’ultimo, ma alla fine arreso, tornato dalla pesca, esausto va a dormire accolto da Manolin che, apprensivo, promette di non lasciarlo più. Ma ormai questo non ha più importanza:
“Quando il ragazzo uscì dalla porta e scese la strada rocciosa di coralli consunti, ricominciò a piangere.
Quel pomeriggio arrivò una comitiva di turisti alla Terrazza, e mentre guardavano nell’acqua tra le latte vuote di birra e le barracudas morte, una donna vide una lunga, grande spina dorsale bianca con una coda enorme, che si alzava e dondolava con la corrente mentre il vento di Levante sollevava un gran mare pesante fuori dell’ingresso al porto.
“Che cos’è?” chiese al cameriere, indicando la lunga colonna vertebrale del grande pesce, ormai spazzatura che aspettava di essere portata via dalla corrente.
“Tiburon” disse il cameriere. “Pescecane.” Voleva spiegare cos’era successo.
“Non sapevo che i pescecani avessero la coda così bella, così ben fatta.” “Neanch’io” rispose il suo compagno.
In cima alla strada, nella capanna, il vecchio si era riaddormentato. Dormiva ancora bocconi e il ragazzo gli sedeva accanto e lo guardava. Il vecchio sognava i leoni”.
Anche se Hemingway non voleva è difficile non trovare, in questo romanzo una metafora della esistenza umana. Ogni personaggio rappresenta un valore in se.
• c’è la figura del vecchio pescatore – Santiago – al termine della sua vita, che deve affrontare il mare e che deve combattere fino all’ultimo per la propria sopravvivenza;
• quella di Manolin il ragazzo, che compatisce il vecchio, ma che allo stesso tempo vede in lui il suo futuro
• quella del mare bello, tremendo e immenso (come la vita?);
• c’è il grosso pesce il Marlin; e ci sono gli squali, il primo amico, buono che deve morire innocente, per l’uomo e darà la sua carne per salvarlo, in un processo catartico che porta alla purificazione (come i bufali indiani venerati e rispettati nella sacralità del pasto e nel monumento totemico); i secondi (i pescecani) l’antitesi, voraci predatori, che non hanno paura di niente e che sono quello che sono senza maschere senza falsità. Due indiscutibili aspetti della natura nel senso più ampio del termine;
• E infine la civiltà. Il pesce non arriverà agli uomini. Il pescatore ha potuto vivere la sua avventura in mare; e in mare dovrà concludersi. Fino all’ultimo i pescecani, incuranti della propria incolumità impediranno che il pesce arrivi a destinazione. La società non lo merita, quello che resta è uno scheletro gettato

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