Uomini che odiano le donne di Stieg Larsson (Mauro Valenti)

Posso dire che grazie a scrittori come Stieg Larsson e  Henning Mankell  – l’autore del commissario Kurt Wallander –  ho scoperto la letteratura contemporanea svedese. Certo si tratta di  narrativa di genere: noir,  gialli per intenderci;   ma non per questo letteratura minore.

L’opera più famosa di Larsson è “Uomini che odiano le donne”. In pochi anni dalla sua pubblicazione in Svezia (2005) è uno dei gialli più conosciuti a livello mondiale più di 8.000.000 di copie vendute!

L’incipit di questo romanzo è intrigante: un regalo inviato da uno sconosciuto ad un anziano e potente industriale, Henrik Vanger. Regalo che  riceve puntualmente da trentasei anni , nel giorno del suo compleanno: un fiore. Questo dono mantiene vivo un tragico ricordo la scomparsa di Harriet, nipote amatissima.

Vanger, ormai vecchio e disilluso,  decide un ultimo disperato tentativo e affida le indagini ad un noto e criticato giornalista di Stoccolma Mikael Blomkvist che in un momento di particolare difficoltà professionale accetta la proposta. Blomkvist dovrà scoprire cosa è accaduto ad Harriet e per farlo si avvarrà della collaborazione di Lisbeth Salander una giovane e formidabile hacker.

Questo è come ovvio solo uno striminzito sunto di un romanzo lungo più di 600 pagine e che in realtà intreccia altre intricate storie. Ad esempio quella tra Blomkvist è la collega amante Erika Berger oppure quella della vera protagonista del libro Lisbeth Salander , che poi sarà il filo conduttore degli altri romanzi del filone “Millenium” (la trilogia comprende “uomini che odiano le donne”,  “La ragazza che giocava con il fuoco” e “La regina dei castelli di carta”)

Ricco di colpi di scena e ben congeniato, lascia il lettore completamente sedotto dalla trama e dalla scrittura veloce e scorrevole.

Ho scoperto attraverso questi romanzi una Svezia molto caratteristica e convenzionale. Libera da preconcetti, priva di tabu sessuali e da una concezione della giustizia molto aperta e rispettosa del singolo confermando, così lo stereotipo classico del popolo svedese.  Ad esempio  Blomkvist vive la propria sessualità in termini molto aperti il cui confine con l’amicizia non è mai delineato; la stessa Salander ha diversi rapporti bisessuali senza che questo turbi particolarmente nessuno. Ma anche gli altri personaggi del libro (seppur in modo meno evidente) rispecchiano questo tipo di atteggiamento. La già citata Berger, ad esempio,  regolarmente sposata è amante di Blomkvist con l’accondiscendenza dichiarata del marito. Ma anche la più conformista dei personaggi ovverosia l’avvocato Annika, sorella di Blomkvist (come meglio si scoprirà nell’ultimo romanzo del ciclo: “La regina dei castelli di carta”) ha avuto un passato di tutto rispetto abbandonato, solo, per rispetto del marito (italiano) e dei figli.

Ma anche il contesto sociale è diverso. Da questi libri scopriamo che ci sono meno barriere di quanto si pensi tra individui. Tra i protagonisti non ci si da mai del Lei. In tutti i passaggi il colloquio è sempre diretto. Se non in circostanze ufficiali e assai particolari, è una forma che va evitata. Esprime un scortese distacco.

Ammirevole è la condotta della magistratura, della polizia e della gestione della giustizia in generale; l’investigazione, il processo … percorsi a noi imparagonabili (anche in questo caso devo rimandare a  “ La regina dei castelli di carta”). Certo,  si potrà sostenere che parliamo di un romanzo non della realtà. Ma un romanzo, per essere minimamente credibile, deve calarsi nella propria realtà, almeno in parte. Insomma, per spiegarmi meglio, nessuno immaginerebbe lo stesso scenario, la stessa ambientazione  in un romanzo con il commissario Montalbano!

Da questi romanzi d’altra parte, emerge, però pure, una Svezia triste. Chiusa nelle proprie case. Con immensi spazi deserti. Nella storie di Larsson (ma anche in quelle di Menkell) le persone, i protagonisti, i personaggi occasionali, appaiono:   depressi, abbattuti da una vita alla quale non chiedono più nulla;  un enorme grigiore li sovrasta e li opprime dentro e fuori.

La storia fa emergere soggetti: oscuri, crudeli, sadici, menefreghisti, egoisti, anaffettivi. Una società idiota. Lisbeth viene considerata una ragazza sostanzialmente stupida, in quanto non riesce a adattarsi. Michael la considera autistica perché si rifiuta di connettersi con il mondo esterno. E’ capace di grande concentrazione per la matematica, per la cibernetica, la medicina, la scienza in generale. Ma la società quella no. Quella non riesce a capirla o meglio non vuole capirla. Lisbeth in fondo considera il mondo (eccezioni a parte) un enorme luogo di disadattati.

Stieg Larsson, noto giornalista svedese, ebbe l’idea di fare un ciclo di 10 romanzi raccontando  Lisbeth, che romanzo dopo romanzo, impariamo a conoscere sempre meglio. Purtroppo morì prematuramente nel 2004 (ad appena 50 anni). Del suo progetto rimangono compiuti solo tre romanzi,.

Ne aveva impostati altri due che per motivi economici gli eredi non hanno ancora permesso la pubblicazione.

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“Il cacciatore di aquiloni” Di Khaled Hosseini (Mauro Valenti)

“Basato su una trama romanzesca, ricca di colpi di scena e al limite dell’inverosimile, scopertamente mirata a commuovere lo spettatore. I personaggi sono tratteggiati in modo netto e sono quasi sempre suddivisi in modo manicheo tra buoni e cattivi.” Wikipedia, alla voce melodramma.

Più o meno, potrebbe adattarsi anche al libro “Il cacciatore di aquiloni” di Khaled Hosseini.

La trama è brevemente riassumibile. Un ragazzino benestante, Amir, timido e introverso, cresce con il suo migliore amico Hassan. Quest’ultimo è figlio di Alì, servo nonché grande amico del padre (Babà). Si narra del rapporto di profondo affetto che lega Hassan ad Amir. Del sacrificio di Hassan, della codardia di Amir e della sua redenzione ormai in età adulta, ricco e famoso scrittore emigrato in America. Il tutto è ambientato in Afghanistan dalla metà degli anni ‘70 fino al 2001 dopo l’attacco alle Torri Gemelle. Gli altri personaggi:
– il padre Baba: Rude, forzuto, burbero, ma buono con gli umili, desidera un figlio più intraprendente più maschio;
– Rahim Khan: socio e grande amico di Baba, ma soprattutto saggio. Sostiene il figlioccio nei momenti di sconforto e lo spinge nella ricerca del figlio di Hassan (Soharab);
– Assef: il cattivo. Nazista da ragazzino, talebano integralista da grande. Violentatore di Hassan da piccolo, violentatore di Soharab da grande. Perverso, sadico, crudele. Ovviamente finisce male (ma non come ci si aspetterebbe);
– Soraya: Moglie dolce e comprensiva dell’Amir.

Il polpettone non poteva avere un finale che deludesse le nostre aspettative. Amir viene a sapere che Hassan e sua moglie sono tragicamente uccisi dai talebani. Scopre, inoltre, che Hassan era suo fratellastro. Il padre se la faceva, infatti, con la moglie del servo (Sanaubar) che del resto se la spassava con mezzo paese. Ed in fine, dulcis in fundo, Hassan aveva un figlio, ora in mano dei Talebani. Amir salverà il nipotino, punirà il cattivo, Assef, e riscatterà se stesso.

Come, probabilmente, avrete già capito, il libro non mi è piaciuto. Appare sin dall’inizio l’intento lacrimevole del racconto. I personaggi, come da definizione in premessa, sono marcatamente divisi tra buoni e cattivi. Le due principali figure, infatti, sono Hassan e Assef. Il primo il bene il secondo il male. Il primo senza peccato, ingenuo, innocente fino alla morte, niente invidie, niente gelosie, nessun rancore, ma solo amore e devozione. Il secondo è l’anticristo sceso in terra. Non è in verità ne nazista ne talebano è solo cattivo, e lo è giusto per il gusto di esserlo. Entrambi li conosciamo da ragazzini, e come tali, non dovrebbero essere così nettamente definibili nel carattere. E invece non solo lo sono ma non cambiano nemmeno nella loro maturità. Irriducibili e ingabbiati nelle loro stereotipate figure.

Una parola va riservata alla figura più patetica del racconto: il padre Baba. Noi italiani siamo abbondantemente vaccinati a simili personaggi. La sceneggiata napoletana è stata maestra in questo (non compiangeremo mai abbastanza la scomparsa del maestro Mario Merola), ma ci commuoviamo sempre molto davanti a simili parodie.

Al centro c’è il protagonista, il cui ego è smisuratamente vasto.
Grande scrittore le cui capacità gli sono ben chiare immediatamente. Da subito, infatti, tutto attorno a lui glielo fa capire e quando ha la possibilità di dimostrarlo (nella grande America) lo dimostrerà.
La storia in fondo è tutta qui: l’esaltazione di questo individuo che non ammette nessuna macchia nella sua vita e che percorrerà la sua personale via crucis per redimersi. I personaggi attorno a lui sono delle maschere che gli ballano attorno. I luoghi degli scenari teatrali, tutto quanto (compresa la sua redenzione) serve per esaltare la sua figura.

Che cosa abbia permesso, a questo libro, un tale successo è, a prima vista, arduo da capire. Il film prodotto è realizzato sembra aver riscosso non solo un favorevole consenso di pubblico ma anche di critica. E’ per me facile dare la risposta più ovvia. Il primo libro uscito dall’Afghanistan, filo occidentale, ha commosso gli americani e l’Occidente che sono stati riportati al loro ruolo (almeno nel libro) di salvatori del mondo. E’ dalla fine della Seconda guerra mondiale che attendevano un tale riconoscimento. Peccato che il nostro scrittore può rivendicare a mala pena la nascita in Afghanistan, essendo cresciuto e pasciuto (figlio di un ex ambasciatore) prima in Francia e poi in America con la redditizia professione di medico.
Dicono che il secondo libro di Hosseini, “Mille splendidi soli”, sia meglio … per il momento mi manca il coraggio di verificare.

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Il racconto omerico 2) Illiade – Trama (di Cleo Alaceo)

L’Illiade non racconta tutta la guerra di Troia, ma solo un piccolo frammento. Poco meno di due mesi di una contesa bellica durata circa 10 anni.

Il conflitto, vuole il mito, fu scatenato dal rapimento da parte di Paride, principe troiano, della bella Elena moglie di Menelao, re di Sparta. Agamennone, fratello maggiore di Menelao, re di Micene raccoglie un potente esercito greco e va all’attacco di Troia per lavare la grave offesa recata.

La storia ha inizio con la decisione di Achille di ritirarsi dalla guerra.

Apollo, Infatti, scatenò una terribile pestilenza per punire Agamennone colpevole di aver sottratto la figlia Criseide al sacerdote dedito al culto del dio. Per placare l’ira di Apollo Agamennone  riconsegnò la figlia al sacerdote.

Achille a sua volta, convinto dalla dea Athena, consegnò la sua preda di guerra, la schiava Briseide, ad Agamennone. Bruciante di collera, l’orgoglioso Achille si ritira dalla contesa bellica.

Gli dei nella vita greca (come segnalato nell’articolo apparso nel numero scorso) sono fondamentali, pur nel libero arbitrio, decidono il corso degli eventi, e anche nella guerra di Troia il loro apporto sarà determinante: alcuni di essi parteggiano per i greci (Athena e Era ad esempio) e altri per i troiani (ad esempio Poseidone e Afrodite),  il vero ago della bilancia, però, rimane Zeus.

Zeus deve mantenere parola alla ninfa più bella e una delle sue amanti Teti.

Teti è madre di Achille e ha fatto promettere a Zeus di mantenere alto l’onore del figlio, pertanto Zeus farà pesare negativamente l’assenza di Achille ai greci. I troiani iniziano a vincere e arrivano al muro del campo acheo.

E qui che entra in scena un personaggio fondamentale per la chiusa finale dell’opera. L’amico, nonché amante di Achille, Patroclo interviene nella battaglia.

Patroclo precedentemente aveva chiesto ad Achille le sue armi. Lui le concede ma con la promessa di non inseguire mai i suoi nemici oltre le mura.

Patroclo riesce a respingere i nemici, ma nonostante il divieto espresso da Achille li insegue e viene quindi ucciso in battaglia. Il dolore e la sete di vendetta per l’amico morto fa rientrare Achille in  guerra. L’eroe si riconcilia con Agamennone e le sue rinnovate imprese culminano con l’uccisione di Ettore (eroe e principe troiano). Segnalo, a proposito, il capitolo XXII dell’Illiade per la sua particolare bellezza!

Il libro termina con i funerali di Patroclo e, grazie all’intercessione di Hermes, con la consegna da parte di Achille del corpo del figlio Ettore a Priamo (re dei troiani). A questo punto il libro termina con i funerali di Ettore a Troia.

Questo succinto riassunto non vuole nella maniera più assoluta sostituire la lettura che va doverosamente fatta (magari evitando la versione superata di Vincenzo Monti).

Nel prossimo numero procederò all’analisi dell’opera

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UN PIASE’, CHE ‘L ME LASSA GIO’ CHI… di Fedora Ramondino

Tutto ciò che riguarda Jannacci è stato inflazionato in questi giorni. Così ci capiamo meglio… titoli, titoli delle canzoni, frasi estrapolate dai testi…è vero, verissimo. Ma dopo averlo accompagnato per un pezzo nel suo ultimo percorso, ho proprio pensato che lui si fosse nascosto davvero al suo funerale e siccome, così facendo, ha visto una quantità di pirla abbia detto supplicando a qualcuno “un piasé, che ‘l me lassa giò chi…”. Negl’ultimi giorni abbiano letto, visto, ascoltato: parole, immagini, ricordi, ognuno ha avuto qualcosa da dire. Di vero, di bello, di falso, di romanzato… va bene così, va bene comunque. Quello che ho visto io a due passi, due metri dal sagrato della basilica de Sant’Ambreus è stato uno spettacolo desolante, deprimente, che mi ha fatto talmente incazzare che non sono nemmeno riuscita a piangere per Enzino che ci lasciava, io che ho la nomea della “lacrima facile”! Almeno fatemi piangere! No! Ci ha pensato prima un piccolo nucleo familiare: nonna, madre e figlio piccolo, 6-7 anni ? con notevoli disturbi, disagi. Il bambino sotto un sole caldissimo era costretto a stare lì, con giubbotto da montagna, fermo, si lamentava e poiché non aveva il dono della parola la nonna amorevolmente gli dava delle pacche sulla nuca intimandogli un “stai zitto e buono” ogni tre secondi. Ed io ogni tre secondi mi giravo a guardare questa povera creatura, e mi chiedevo: “Queste persone hanno mai ascoltato una parola, un pensiero del nostro Enzino”? Non credo, non credo proprio, perché queste erano “armate” di cellulare o macchina fotografica per riprendere i vips…. Che pena, che disastro Enzo, ti saresti alzato da quella cassa che ti tratteneva chissà poi perché, per andare – da medico – a salvare quella creatura piccola e disgraziata. Disgraziata perché in mano ad una madre ed una nonna così… Ho sentito una delle due che diceva stizzita” Non mi vergogno certo del bambino”! Forse in risposta ad una recriminazione dell’altra e ai miei sguardi non certo benevoli. “Si deve vergognare lei! Non il bambino”! E’ servito solo ad allontanare la creatura dal sole e farlo girovagare avanti e indietro. Le due arpie erano pronte con la fotocamera! Nell’attraversare la piazza – perché anch’io aspettavo una vip (la vedova di Pietro Valpreda, e scusate se è poco ma per noi il Pietro era una very important person!!!!) – ho trovato un’altra mamma con bimbo insofferente: “Uffa mamma quando andiamo”? –A me è venuto spontaneo un “peur fieu”! A tutta risposta la intransigente genitrice mi ha detto :”Almeno vede qualcosa di sano”! – “Qualcosa di sano? Uno portato via nella bara dal cancro è qualcosa di sano????, non riesco a comprendere il suo metodo o la sua metafora!” Ecco, questo è quello che ho visto e sentito, compreso un pirla che si è fermato nel mezzo del sagrato fra molti di noi in silenzio con lo sguardo nel vuoto, a parlare ad alta voce al cellulare delle sue prossime vacanze. Quelle che noi peones non riusciremo a fare e nemmeno Enzino per altri motivi. Allora, a quel punto, Enzino avrà veramente chiesto “un piasé ch ‘l me lassa giò chi”.

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Una webzine di informazione culturale e artistica: www.pianetagay.com (di Alessandro Rizzo)

L’arte e la cultura passano anche attraverso i propri autori o, quanto meno, i messaggi e i contenuti che esse esprimono. Esiste un universo, che non è di qualità inferiore né, tanto meno, di target elitario e ristretto: la cultura lgbt. Abbiamo intervistato i fondatori di una webzine, www.pianetagay.com, che ha saputo e riesce ancora in questi tempi riunire informazioni e notizie che riguardano questo lato culturale e performativo che spesso non trova spazio nella comunicazione generale. In questa realtà possiamo trovare interviste e recensioni, nonché presentazioni di situazioni e di elementi che interessano da vicino questo mondo che dà contributi nuovi e innovativi alla dimensione creativa e performativa nel suo insieme, confidando nel promuovere un aspetto magari non conosciuto ma che può essere “competitivo” rispetto ai clichè che l’arte contemporanea ci offre. La redazione sulla nostra regione, nonché su Milano, offre spunti, tanti e diversi, interessanti in materia.

pianetagay-logo-biancoPianetagay è un magazine che esiste già da alcuni anni: quali sono i passi importanti fatti in questi ultimi tempi?

Si, è vero, PianetaGay è online dal 2009 con il forum e dal 2010 con il magazine. Ma nel corso di questi pochi anni di vita sono cambiate tante cose: ci siamo affermati sempre di più come una realtà consolidata nel panorama dell’informazione omosessuale sul Web, proponendo notizie in modo chiaro, coinvolgente e oggettivo. Poi abbiamo aperto nuove rubriche e sistemato l’intera architettura del sito, a cominciare dal logo e dalla grafica estremamente semplice, che rende più facilmente leggibili i contenuti pubblicati: quello che vedete oggi è solo l’ultimo step di un’evoluzione che è cominciata tre anni fa. Noi cerchiamo sempre di stare dalla parte dei lettori e offriamo loro un portale non solo ricco di contenuti, ma anche al passo con i tempi: è per questo motivo che, da tempo, abbiamo voluto rendere accessibile il sito anche dai principali dispositivi mobile. In poche parole, i passi in avanti che abbiamo fatto sono stati tanti e importanti per arrivare dove siamo adesso.

Che cosa offre Pianetagay nell’ambito dell’informazione di originale rispetto ad altre webzine e realtà che esistono in rete a tematica lgbt?

Innanzitutto un’informazione chiara, semplice e oggettiva, come detto nella precedente risposta. Non siamo schierati politicamente e non abbiamo partiti o altre organizzazioni governative alle spalle e questo ci rende indipendenti e liberi di seguire una linea editoriale molto precisa. A volte capita di leggere su altri portali notizie scritte in modo un po’ troppo tecnico oppure con giri di parole che non riescono a catturare l’attenzione del lettore. Noi cerchiamo di non cadere in questa trappola: siamo redattori giovani e vogliamo fare informazione per i giovani come noi! Quindi, la nostra priorità, e direi anche uno degli elementi che ci contraddistinguono dagli altri, è di usare un linguaggio semplice, quasi colloquiale, come se stessimo raccontando a degli amici le cose che ci hanno colpito di più.

Pianetagay parla anche al mondo associazionistico lgbt? 

Il nostro è innanzitutto un progetto culturale, creato e sviluppato da tanti giovani volontari. Da questo punto di vista, riusciamo a condividere gli sforzi e le tante difficoltà che le associazioni gay e le onlus incontrano ogni giorno per realizzare qualche progetto socio – culturale sul territorio. Spesso la difesa dei diritti gay portata avanti da queste realtà si scontra con una situazione non facile, soprattutto a livello politico e amministrativo. Nella nostra mission, c’è anche la volontà di offrire, laddove possibile, un sostegno forte a queste associazioni, attraverso la pubblicazione dei comunicati e la promozione dei loro eventi. Anzi, abbiamo anche intervistato alcune associazioni per far conoscere al nostro pubblico le attività che vengono promosse su tutto il territorio nazionale. Anche questo è un elemento distintivo di PianetaGay: non vogliamo rimanere chiusi in una specifica regione o provincia, ma aprirci all’Italia intera. In ogni caso, cogliamo l’occasione per ribadire il nostro impegno a supportare le attività di tutti gli enti che intendono collaborare con noi.pianeta-gay

Quale è il target a cui vi rivolgete come redazione?

Assolutamente un pubblico giovane, di ragazzi adolescenti o che sono diventati da poco maggiorenni. E soprattutto ragazzi che scoprono per la prima volta la propria omosessualità. All’inizio PianetaGay era solo un forum, ossia un angolo di discussione molto frequentato dai ragazzi (lo è ancora oggi), dove ci si scambiava consigli sulla prima volta, sul coming out, sui rapporti con amici e parenti… In poche parole, uno spazio virtuale in cui parlare a cuore aperto, raccontare quello che si desiderava. E siamo felici di aver aiutato tanti giovani a trovare una propria strada. Spesso e volentieri, quando un ragazzo adolescente si avvicina al mondo gay per la prima volta e va sul Web, si trova catapultato in un mondo orribile di siti di incontri, richieste continue di sesso, uscite nei locali ogni sera. Per carità, il divertimento ci sta, ma deve essere fatto con la testa, e non pensando “tanto lo fanno tutti”. Se non si considera l’idea che, oltre alle serate in discoteca e agli incontri al buio, il mondo gay è fatto anche di libri, film, arte, cultura omosessuale, beh si va diritti verso una perdita di valori che oggi non possiamo permetterci.

Avete modificato, nell’ultimo periodo, il target di visitatori e di attenti lettori che si sono avvicinati al magazine e che non erano previsti come frequentatori del sito? 

Non del tutto. Chiaramente noi ci rivolgiamo al mondo gay nella sua interezza, ma vogliamo aiutare chi ne ha più bisogno, e quindi gli adolescenti e i giovani che, come dicevamo nella precedente domanda, hanno scoperto da poco la propria omosessualità. Cambiamenti ne sono stati fatti, soprattutto per quanto riguarda il forum: per dare una maggiore serietà al nostro progetto e stare al passo con i tempi, abbiamo preferito chiudere alcune sezioni del forum che erano state concepite più per divertimento che altro. Del resto, oggi i ragazzi preferiscono chiacchierare sui social network e il forum ha perso alcune delle sue funzioni rispetto al passato. Abbiamo comunque mantenuto in vita le sezioni più utili, come quelle di aiuto (disagio gay, coming out, genitori di ragazzi gay, vita di coppia), dove si possono formulare domande ed esprimere i propri pensieri e ricevere risposte di qualità che, ci preme sottolinearlo, durano nel tempo! Mentre sui social network un messaggio pubblicato oggi scompare dalla circolazione già domani, sul forum le tracce rimangono e possono sempre essere recuperate. Perciò, scrivere sul forum e condividere le proprie esperienze aiuta certamente noi, che possiamo dare una mano a chi è in difficoltà, ma anche i futuri ragazzi che cercheranno risposta ai propri problemi e potranno scoprire che non sono affatto soli.

Gay_book-e1355410339400Che cosa un servizio informativo, culturale, sociale e civile quale Pianetagay può e vuole offrire alla nostra comunità lgbt?

PianetaGay vuole offrire un’informazione a 360° ed essere una finestra sul mondo gay, senza tralasciare nulla. Non abbiamo la bacchetta magica per risolvere tutti i problemi che attanagliano la nostra comunità, soprattutto nel nostro Paese… Ma cerchiamo di aiutare il nostro pubblico a pensarla in modo diverso, a non sentirsi giù, a essere consapevoli del fatto che nessuno è solo su questo pianeta e che il problema che vivo io, lo sta vivendo in questo stesso momento anche un’altra persona. Vogliamo informare, certo, ma anche far aprire gli occhi al nostro giovane pubblico.

Quali sono i riscontri registrati? 

Sicuramente molto positivi, sia da parte del pubblico che ci segue in modo sempre più affiatato, sia da parte dei partner che chiedono collaborazioni e degli altri siti di informazione (anche non gay) che parlano di noi. Un esempio concreto? Siamo stati citati dal Tgcom per una news su una squadra di rugbisti che hanno giocato completamente nudi (http://www.tgcom24.mediaset.it/magazine/articoli/1013347/rugby-atleti-tutti-nudi-per-la-partita.shtml) e da Novella2000 per una news di gossip sul nuovo fidanzato di Cecchi Paone (http://www.pianetagay.com/lo-avevamo-previsto-cecchi-paone-si-fidanza-con-francese/#.UW8YVIKZg24). Possiamo anche parlare delle tante e-mail che arrivano in redazione ogni giorno di uffici stampa e persone che desiderano promuovere le proprie attività e i progetti sul nostro sito. Per non parlare delle associazioni, che ci chiedono media partnership… E a tal proposito, proprio ultimamente ci stiamo aprendo ai festival europei: abbiamo stretto accordi con il Marsiglia Pride, dopo averlo fatto, l’anno scorso, con il Circuit Festival di Barcellona e il Gay Festival di Skiathos. Altre collaborazioni sono in fase di definizione, quindi non possiamo ancora anticipare nulla…

Quali sono i temi che maggiormente trattate? 

Sicuramente l’attualità, sia dall’Italia che dall’estero. È importante far conoscere al pubblico quello che accade intorno a noi, nel bene e nel male. Ma non ci dedichiamo solo a questo… Sul magazine sono presenti anche notizie di gossip e lifestyle, come vita di coppia, temi sociali, anche questioni sessuali. Del resto, il nostro pubblico è interessato a leggere anche questo tipo di argomenti e dobbiamo dire che la risposta, in termini di visite e apprezzamenti, è sempre stato molto positiva.

Alcune anticipazioni per Pianetagay ce le potete dare?

Al momento stiamo sviluppando diversi progetti insieme al prezioso sostegno di alcune associazioni, che sono sempre state molto sensibili alla nostra mission. Nei prossimi mesi contiamo di fare un ulteriore step evolutivo, aprendo nuove sezioni e legate, per lo più, al mondo della cultura gay, che intendiamo promuovere in tutte le sue forme attraverso lo stile che ci ha sempre contraddistinto, ovvero con un linguaggio giovane, dinamico e semplice, adatto ai più giovani. Cercheremo anche di sensibilizzare i ragazzi sui temi più scottanti, come il coming out e la prevenzione. Insomma, le idee non ci mancano… Il consiglio che possiamo dare è di continuare a seguirci, perché non abbiamo ancora finito di dire la nostra.

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Il racconto omerico 1) Premessa (di Cleo Alaceo)

E’ pensiero comune  che la società occidentale così come noi la conosciamo debba la sua esistenza a tre antiche tradizioni: quella ebraica per la religione, quella romana per il diritto, quella greca per la cultura; e dando per veritiera questa affermazione il nostro racconto necessariamente deve iniziare dall’antica Grecia.

Nella storia antica il percorso che ci porta dalla  narrativa orale a quella scritta è assai lunga. Nelle comunità, inevitabilmente limitate nelle dimensioni,  l’immedesimarsi e il condividere esperienze e vicende (reali, mitiche o fantastiche) era operazione essenziale per la  propria cementificazione e per il consolidamento di un’appartenenza fondata sulle tradizioni . In questo senso la narrazione ha seguito un percorso che –  dal mito di  Gilgamesh (ma, probabilmente, anche molto prima) –  è risultato progressivo e , direi, allo stesso tempo, ridondante.

Quanto detto rientra come base primaria nell’esordio del racconto nell’occidente. Tra il II e il I millennio avanti Cristo la costruzione del mito costituisce la grande eredità orientale per la formazione filosofica, culturale e religiosa del medioevo greco.

E’ in questo contesto che nasce il mondo omerico; ovverosia, con la creazione del modello greco, in un certo senso con la sua codificazione (operazione che sarà meglio intrapresa da Esiodo) e con l’intreccio dell’eroe formatosi con gli eventi che hanno sconvolto la storia del popolo greco.  Di qui, l’evoluzione concettuale dall’epopea gilgameshiana.

Un elemento fondante per capire meglio il contesto di cui parliamo lo si può osservare, ad esempio, quando si ragioni sull’aspetto normativo che regola la vita della popolazione greca. Nell’epos omerico,  le norme trascendono dalla comunità o dal singolo individuo.  La “themis” non va ragionata va appresa, in quanto precetto divino e oracolare. Ben lontano persino dalle tradizioni egiziane o babilonesi (si ricordi che il codice Hammurabi è del XVIII secolo avanti Cristo)

Il racconto omerico narra di  popolazioni – anteriori al VII secolo avanti cristo – che ancora devono conoscere quella unità culturale che da lì a poco li caratterizzerà.  Tali popolazioni sono raggruppate in un contesto tribale e in uno stadio primordiale non statale (ma nemmeno cittadina);  l’elemento caratterizzante è riservato al soggetto – basti ricordare gli eroi:  Menelao, Agamennone, Achille ma, anche, lo stesso  Odisseo, solo per citare alcuni esempi.

Quanto sopra è importante per introdurre l’opera omerica. Sia dell’Illiade, che dell’Odissea. Da qui, infatti,  partiamo per poter approfondire il racconto omerico.

Dal prossimo numero ci addentreremo nell’opera.

 

n.b.

nell’ultima parte dell’articolo citeremo i riferimenti bibliografici

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Le Cose – Georges Perec (Mauro Valenti)

Ripropongo per inaugurare questa rubrica di Letteratura Contemporanea un articolo già uscito in questa rivista.

La storia si svolge a Parigi.

Una giovane coppia nella metà degli anni ’60, Jerome e Sylvie laureandi, hanno una mediocre professione (ricerche di mercato nel campo della pubblicità – sondaggisti) con sperate prospettive di carriera. Vivono in pieno boom economico, pianificano la loro vita col fine di raggiungere una non ben identificata agiatezza sociale.

Abitano  in un piccolo appartamento di trentacinque metri quadrati. Per loro, importante è vivere felici. La felicità si identifica con l’apparire: lo stile, gli amici, il modo di comportarsi, la stessa pubblicità con cui lavorano,  le mode, i linguaggi, e, in particolare,  gli oggetti: bicchieri, posate, piatti, rubinetti di ottone, spazzole dal manico di cuoio, utensili, libri, stoviglie, elettrodomestici, imitazioni di quadri, un insieme vertiginoso di cose che nella loro apatia li rappresentano. Il loro massimo desiderio è una ricchezza senza limiti. Non per ingordigia fine a se stessa, ma perché così possono meglio esprimere tutto quel modo di essere.

Un processo bulimico oggettuale, che costringe la coppia, a prendere coscienza, a rimettere (nel senso di vomitare) il loro mondo e a scappare.

Vanno in Tunisia, a  Sfax,  Sylvie insegna rispondendo ad un annuncio su un giornale. Lì la coppia cerca la quiete,  la calma, il piacere delle giornate serene. Trovano il vuoto, la piattezza mortifera, il fluire dei giorni vuoti e tediosi, l’enorme solitudine, la tristezza della miseria, segni di una Francia post colonialista.

Rientrano frettolosamente, si riconoscono vinti. Accettano il loro destino, con una rassegnazione mascherata dalla bellezza di Parigi. Per loro il destino è già tracciato in un futuro senza prospettive né aspettative né illusioni.

Si potrebbe dire, parafrasando  Feuerbach “siamo ciò che abbiamo”, anzi meglio “esistiamo in quanto abbiamo”. In questo romanzo non si trova semplicemente una denuncia al consumismo. Negli anni ’60 la trasformazione globale da una civiltà ancora, prevalentemente agricola, contadina e operaia,  appena risollevata dalla miseria del dopoguerra, si trova immersa nella iperproduzione industriale, nella logica fordista del consumo. A Parigi, forse più che in altre parti, tutto questo comporta una violenta trasformazione psico-sociale.

Qui viene raccontato quello che Marcuse definì “l’uomo a una dimensione”: un uomo che vive in una società opprimente, schiacciato nel consumo euforico e stupido.

La fine è già all’inizio. Il racconto non a caso, si concentra su una giovane coppia, poco più che ventenne, che vive nella splendida Parigi, con una professione e con un titolo di studio di tutto rispetto. Tutti elementi che fanno legittimamente sperare. E, invece, si chiude, tristemente, dove hanno iniziato, serrati nei loro spazi e nelle loro “cose” in una atmosfera  apatica senza più aspettative.

George Perec nel ’65 è al suo esordio con questo romanzo (che Einaudi ripresenta quest’anno in una nuova edizione), la sua opera più famosa , “la vita istruzioni per l’uso” dedicata alla memoria di Raymond Queneau,  lo consacrerà tra i più importanti scrittori del ‘900.

Perec è purtroppo scomparso anzi tempo nel 1982 ad appena quarantasei anni

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